Proposta di laboratorio su educazione / scuola / formazione – Paestum 2013

di Anna Maria Piussi, Maria Cristina Mecenero, Antonia De Vita, Vita Cosentino, Marina Santini, Paolo Ermano, Alessio Miceli, Sara Gandini, Maria Piacente, Salvatore Guida, Clara Bianchi, Teresa Pansera

«Lo scopo del nuovo college, dovrebbe essere quello non di segregare e di specializzare, ma di integrare. Dovrà inventare dei modi per fare lavorare insieme la mente e il corpo; scoprire da quali nuove combinazioni possono nascere unità che rendano buona la vita umana».

Virginia Woolf

Accogliamo con piacere l’idea che tra le questioni aperte e urgenti su cui confrontarsi nel nuovo incontro di Paestum vi sia quella dell’educazione/scuola/formazione, rimasta ai margini a Paestum 2012. Anche pensando a quella quasi assenza noi che scriviamo abbiamo deciso mesi fa di incontrarci periodicamente su questi temi anche al fine di preparare un Incontro nazionale per la prossima primavera (aprile-maggio 2014).

Siamo in un momento vivo, prezioso per fare il punto riguardo ai nostri percorsi politici ed educativi, che avevamo chiamato “educare nella differenza”, così come per intrecciare dialoghi con percorsi diversi. Desideriamo rilanciare ad altre e altri le scommesse politiche (e i guadagni, non solo per le donne ma per tutti) del’ “educare nella differenza” e del Movimento di autoriforma della scuola (ne parlano Lelario e Cosentino in Ricominciamo dall’esperienza), che ci impegnano da molti anni, a partire dal nostro essere donne e uomini che insegnano e fanno ricerca in relazione con persone più giovani, e dall’avere a cuore una buona vita.

Vogliamo mettere a fuoco quanto il nostro insegnare vada con radicalità nella direzione del vivere bene, e cioè quanto metta al centro la relazionalità, tra donne in primis e tra uomini e donne, e con il resto del pianeta.

Negli ultimi tempi, nelle scuole e attorno all’educazione vi è una vivacità di iniziative ma anche un parallelismo tra prospettive diverse. Sembra prevalente l’approccio del “genere”, con la conseguente focalizzazione sul superamento degli stereotipi, sull’equità, ecc. A Roma nel convegno “Che genere di programmi” (febbraio 2013) molte delle presenti sostenevano che nelle scuole non c’è più niente, niente iniziative autonome, niente lavorio per creare nuovi sguardi verso l’esserci femminile e maschile in questo mondo; anzi: le insegnanti non portano libertà, la ostacolano e c’è bisogno di esperte per assisterle nella programmazione e progettazione. Una postura pericolosa, che non tiene conto di ciò che avviene in molte relazioni comuni e reali, nei vari contesti formativi.

Non si vede che si è il cambiamento. C’è un misto di arretramento voluto e di qualcos’altro. Possiamo stare all’intreccio tra realtà diverse? Siamo interessate a confrontarci con altre impostazioni? Le iniziative centrate sulla discriminazione femminile e sugli stereotipi rischiano di trattenerci nel passato e distoglierci dal riconoscere e agire il cambiamento, dal desiderare in grande. Ci sembra più urgente raccontare ciò che di nuovo sta già capitando. Abbiamo bisogno di vedere, comprendere e mettere sempre più in circolo la libertà femminile, il suo manifestarsi nelle più piccole, nelle adolescenti, in noi che insegniamo; di riconoscere le nuove modalità relazionali tra maschi e femmine; di portare alla luce ciò che già si fa nella direzione di scambi creativi, anche conflittuali, che consentono di cambiare in meglio le condizioni del vivere insieme. Ci sembra importante interrogarci su che relazioni immaginiamo e sperimentiamo tra donne e uomini e in relazione con il vivente, per costruire saperi buoni per la vita e su cosa intendiamo noi oggi per civiltà quotidiana condivisa. E, come nel college povero sognato da Virginia Woolf (ne Le tre ghinee), chiederci se siamo d’accordo di rimettere al centro «l’arte dei rapporti umani, l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri, insieme alle arti minori che le completano: l’arte di conversare, di vestire, di cucinare». Pensiamo infatti che sia urgente smettere di tenere in vita (per inerzia, per rassegnazione, per mancanza di forza e di immaginazione…) una cultura unilaterale mutilata e mutilante, priva dei saperi e del pensiero delle donne, della voce autorevole femminile.

Invitiamo a partire da racconti e da intuizioni. Il taglio: i desideri e l’esperienza libera di donne e uomini, nelle nostre pratiche a scuola, in università, nei contesti formativi in cui lavoriamo e/o nei quali partecipiamo.

In un tempo che ha creato rotture e discontinuità nelle esperienze sociali e soggettive (nell’ecosistema, nel lavoro, nelle forme di economia e socialità, nei rapporti tra generazioni, nelle istituzioni, nella sessualità, nelle forme del sapere), vogliamo mettere in luce cosa può significare creare nuove continuità alzando la posta in gioco.

L’esigenza e la domanda politica sono quelle di riuscire a leggere la realtà presente dopo quarant’anni di femminismo e quasi trent’anni dall’inizio della pedagogia della differenza; provando a rifare il punto delle esperienze e dei guadagni maturati nelle scuole e nelle università – istituzioni a rischio di delegittimazione – e nelle “altre scuole”, luoghi in cui si costruiscono saperi in altro modo: libere università, Teatro Valle (Roma), Macao (Milano), sperimentazioni artistiche e sociali, ecc.. Provando anche a riconoscere le connessioni tra contesti diversi che, attraverso, per esempio, pratiche di economie diverse, riappropriazione di spazi in-comune, autorganizzazione, esprimono una ricerca di nuova relazionalità e di nuove forme politiche generando apprendimenti preziosi e circolazione di nuovi saperi.

Ci chiediamo: quali soggetti con quali esperienze sono nel frattempo entrati nella scena? Quali sono le soggettività in fermento? Non solo le/gli insegnanti, ma anche bambine/bambini, madri e padri, gruppi di uomini, ragazze e ragazzi, territori e comunità.

Sono cambiate molte cose. Bisognerebbe descrivere questi cambiamenti che pongono agli esseri umani altre esigenze. Un esempio dalla scuola: anni fa erano le insegnanti a cercare i genitori, oggi i genitori chiedono di partecipare e intervenire e spesso le/gli insegnanti si ritirano. Un altro esempio: le nuove interlocuzioni delle ragazze e dei ragazzi impegnati con insegnanti a incontrare donne e uomini per parlare della violenza maschile sulle donne, invitando sempre più spesso realtà esterne alle scuole (come Maschile Plurale, Il corpo delle donne, ecc.) che stanno maturando pensieri e proposte.

Scegliamo e invitiamo a utilizzare un linguaggio diverso, più semplice, smettendo le forme “differenza sessuale” e “differenza di genere”, usando al loro posto “uomini e donne” per rimanere più aderenti a ciò che sta capitando, a chi agisce e lo fa capitare, coltivando maggiore fiducia nella nostra capacità di dare lingua all’esperienza, di abbattere steccati e di condividere sempre più ciò che ci sta a cuore.

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