PRIMA TRAIETTORIA: Un mondo trasformato dalla libertà femminile

Incontro nazionale, 12 e 13 aprile 2014 – Verona
SONO CAMBIATE TANTE COSE: DONNE E UOMINI REINVENTANO IL PRESENTE EDUCATIVO

Il senso dell’incontro.
di Anna Maria Piussi

Questo incontro è stato promosso da un gruppo di donne e uomini che, pur in modi diversi,  sono da anni in relazione tra loro e in un movimento di trasformazione. La scelta di farlo in questo momento storico ha trovato conferma nella vivace partecipazione al laboratorio sulla pedagogia della differenza nell’Incontro femminista di Paestum dell’ottobre 2013. Lo dico a titolo personale, ma spero che questo auspicio sia condivisibile, esso rappresenta una tappa di un percorso che vorremmo continuasse, perché c’è molto bisogno di confronto onesto e appassionato tra persone che a vario titolo sono interessate a scuola, università, educazione, e in senso più ampio sentono la necessità di ripensare alla radice le forme del vivere in comune, desiderano esserci in una sfera pubblica da rivitalizzare insieme con altri sottraendola alla chiusure securitarie, individualistiche, alla mercificazione e all’interesse di pochi. E quando dico confronto onesto intendo il più possibile privo di orpelli ideologici che creano barriere tra diversità, e lontano da discorsi specialistici e burocratici che rischiano di cadere nell’astrattezza, perché eludono difficoltà e contraddizioni, ma anche ignorano possibilità già esistenti e imprevisti fecondi, insomma dimenticano quello che è il cuore pulsante della vita.

L’incontro intende rilanciare un percorso più lungo, di quasi trent’anni, di cui sono state protagoniste donne con la pedagogia della differenza sessuale, e successivamente insieme con uomini, nel movimento di autoriforma dell’università e della scuola. Un sapere dell’esperienza viva a partire dalle scuole, non sostituibile da nessun sapere esperto, si è venuto a creare nelle molte iniziative e negli incontri nazionali e locali in questi anni, documentato in molte pubblicazioni e creazioni come il docufilm delle/sulle maestre “L’amore che non scordo”.

Il titolo di questo Incontro nazionale rimanda a tre nuclei interconnessi di riflessione. Il primo: i cambiamenti degli ultimi decenni nel cui vortice siamo tutte e tutti presi, con le frammentazioni e il disorientamento che conosciamo; il secondo: la politica delle donne e il femminismo della differenza, che punta sulla forza trasformativa della differenza di essere donne e uomini assunta consapevolmente e liberamente; e, terzo, l’educazione e la formazione come ambiti ed energie che concorrono a reinventare il presente, perché il presente sia un tempo vivo e abbondante di beni che contano davvero per una convivenza più umana e felice.

Pur non ignorando costrizioni e ostacoli al nostro fare scuola, fare università, essendo anzi consapevoli che stiamo cercando ogni giorno di fare scuola e università al nostro meglio nonostante i lacci e laccioli posti dai responsabili e decisori che dovrebbero invece facilitare e sostenere il nostro compito, riteniamo poco interessante unirci al coro di lamentele sulla crisi delle istituzioni educative. Preferiamo invece far leva su pratiche, linguaggi e visioni già guadagnate o da inventare, con le quali procedere con fiducia e con un certo orientamento nei contesti in cui siamo, e avendo anche la capacità di guardare a un orizzonte più grande.  Uno degli obiettivi di questo incontro è proprio condividere sapienze già maturate, confrontarci su intuizioni e aspirazioni alle quali altre e altri possano aiutarci a dare consistenza e realtà.

E abbiamo allargato lo sguardo a quanto si muove nella società più in generale, a come ci muoviamo noi stesse/i, in un tempo di disinvestimento della politica istituzionale ma anche di risveglio di energie e desideri di singoli e gruppi. Abbiamo assunto perciò sotto il nome di “altre scuole”, creazioni sociali esterne a scuole e università propriamente dette, ma che con queste interagiscono fecondandole di nuovi saperi e di pratiche politiche vicine ai desideri e all’esperienza soggettiva delle persone sensibili alla necessità di una nuova qualità del vivere comune. Mi riferisco a esperienze di gruppi e libere aggregazioni, presenti nei territori (anche il nostro territorio veronese), che inventano economie diverse da quelle capitalistiche (des, gas, agricoltura sociale ecc.), modi diversi e conviviali di abitare e vivere le città (rete delle Città vicine), di utilizzare creativamente e con la forza delle relazioni di fiducia spazi cittadini dismessi o privatizzati rivitalizzandoli come beni pubblici (come Teatro Valle a Roma, Macao a Milano), luoghi in cui si produce e si fa circolare cultura sessuata come librerie, redazioni di riviste, cooperative. Sono contesti in movimento, laboratori in cui si impara e ci si forma nello scambio, ci si trasforma trasformando la realtà, e si punta all’essenziale di ciò che serve per una convivenza desiderabile. Le loro elaborazioni teorico-pratiche derivanti da un pensiero che definirei cooperativo e sperimentale, politicamente implicato, sono preziose, perché aprono a nuove visioni, decostruiscono il mito del potere neutrale della tecnica e dell’oggettività scientifica, mettono sottosopra le gerarchie codificate dei saperi, spiazzano il modello consumistico e utilitaristico dell’apprendimento/insegnamento basato sulle competenze e conoscenze richieste dal mercato o da un presunto progresso che ci porterebbe tutti a competere meglio e più in fretta, essendo questo l’ideale della Knowledge Society.

Una novità, certo non assoluta, è la presenza di uomini anche in forma associata, con l’adesione di MaschilePlurale a questo Incontro. Uomini che stanno ripensando il loro essere educatori o insegnanti a partire dalla loro parzialità e soggettività sessuata assunta consapevolmente: parteciperanno in particolare Alessio Miceli, Marco Deriu, Giacomo Mambriani. Sono da molti anni coinvolti in percorsi comuni di riflessione e di ricerca per ridefinirsi liberamente rispetto ai paradigmi storici e circolanti di virilità, e sono interessati a comunicare anche ai più piccoli, ai più giovani modi più liberi di essere maschi, e nuove e più libere relazioni tra i sessi, ciascuno nella sua singolarità in un cammino di ricerca comune. E’ questo un procedere educativo e politico, un insegnamento da grande a piccolo fatto di testimonianza vivente e quotidiana, che a mio avviso è un antidoto molto più efficace di tanti programmi calati dall’alto al fenomeno di cui tanto si parla, la violenza maschile sulle donne.

Uomini in trasformazione: così vediamo padri che si coinvolgono sempre più nella vita scolastica e quotidiana dei figli e delle figlie. E alcuni lo fanno anche ascoltando la parola autorevole delle donne, i saperi femminili della cura e dell’educazione, sperimentando nuove modalità di esserci a partire da sé e mettendo al centro la relazione viva con i più piccoli, e ricavandone, dicono, piacere e senso. Rispetto a un passato recente, registriamo in generale una partecipazione spontanea più viva dei genitori alla vita della scuola, una nuova alleanza con le/i docenti, non priva di conflitti, nella quale non di rado sono i genitori a spingere per  soluzioni più avanzate e all’altezza dei cambiamenti sociali e simbolici avvenuti negli ultimi anni. Salutiamo con favore questa nuova presenza maschile, perché c’è bisogno del concorso di entrambi, donne e uomini, certo in un’ottica di libertà rispetto ai vecchi schemi e anche di riconoscimento del fatto che donne e uomini portano competenze e desideri diversi nello scambio con figli e figlie, bambini e bambine.

In questo Incontro penso perciò sia interessante destrutturare il costrutto vigente “genitori”, che non distingue tra madre e padre, un costrutto molto in uso nei servizi, tra gli addetti ai lavori, e nel discorso pubblico. Un discorso pubblico oggi sempre più incline all’indifferenziato, alla neutralizzazione della differenza uomo/donna e delle differenze. Pensiamo ad es. alla recente decisione di amministrazioni scolastiche e locali di usare la dicitura genitore 1 e 2 nei documenti ufficiali, nel tentativo di adeguarsi ai cambiamenti sociali e alle nuove tipologie familiari (famiglie omogenitoriali) senza incorrere nel pericolo di discriminazioni, in nome della correttezza politica. Quella che è stata definita da un osservatore “inutile parità dei genitori” non è un caso isolato, ma è emblematica della attuale tendenza a neutralizzare, a uniformare e perfino a standardizzare sotto numeri spersonalizzanti le differenze, perché di fatto non si sa come trattarle, e si preferisce evitare la fatica delle mediazioni. Ma sotto l’indifferenziato spariscono le storie singolari, i soggetti reali e le relazioni affettive che fanno tessuto familiare, qualunque esso sia. Le differenze reali e le relazioni sperimentate perdono senso e valore, non servono per comprendere più profondamente la realtà e per muoverla in una direzione diversa, verso una nuova civiltà di rapporti. Il linguaggio è un potente produttore ma anche modificatore della realtà, perciò cerchiamo di lavorare sul come nominare le cose e combinarle insieme in nuove nominazioni che corrispondano alle nuove configurazioni della realtà. Invito dunque a parlare di madri e padri, e di mamme e co-mamme quando è necessario, perché la parola ‘genitori’ cancella la differenza sessuale, oscura la differenza di essere madre e padre anche in modi diversi dalla tradizione eteronormativa,  e mortifica la ricchezza di una presenza differentemente sessuata accanto bambine e bambini, ragazzi e ragazze.

Bambine e bambini, che, stando alle testimonianze autorevoli delle maestre e madri, sono in qualche modo più avanti di molti adulti nel registrare i cambiamenti nel rapporto tra i sessi, e, in condizioni favorevoli, riconoscono la differenza tra maschi e femmine come differenza di soggettività, instaurano relazioni di amicizia, di collaborazione e di rispetto, senza prevaricazioni.

È interessante segnalare queste novità, in una società che si ostina a inseguire e a imporre la parità di genere con politiche ad hoc, progetti, corsi di formazione e di educazione al genere, interventi dall’alto e fuori contesto, per garantire, come ci chiedono i vari organismi europei e internazionali, il riconoscimento di uguali diritti e equità di trattamento a tutte le preferenze e identità sessuali. Di recente si è acceso un dibattito a seguito del blocco, da parte del sottosegretario Miur, al programma Unar contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e identità di genere “Educare alle diversità a scuola” voluto dall’ex ministra Carrozza, in analogia con una proposta di legge francese sull’obbligo di educare all’uguaglianza fin dalle scuole dell’infanzia.  Il programma del Miur fu subito avversato da gerarchie e settori cattolici e ha suscitato parecchie polemiche. Proprio in questi giorni una parte del femminismo italiano, accusando l’Italia di ritardo rispetto ad altri paesi considerati più evoluti, difende il programma Unar e rilancia l’appropriatezza della categoria del gender, sotto il cui ombrello possono trovare pari legittimazione tutte le varietà di espressione e forme di identità sessuale. E’ possibile sottrarsi a tale garbuglio di posizioni e controposizioni incistato nella cultura dei diritti e della parità e fare ordine simbolico? Penso sia possibile, producendo tagli in questo groviglio con il fare spazio e orizzonte alla vera posta in gioco, quella della libertà.  E farlo prendendo sul serio la scuola come spazio di responsabilità educativa a tutto campo, che comprenda nelle attività ordinarie e quotidiane, in forme semplici e senza particolare enfasi o sforzi programmatori, l’educare a una libera significazione della differenza sessuale, da parte di donne e uomini che hanno a cuore la propria libertà e quella delle e  dei più giovani, per un di più di  senso e di felicità per tutti. E far valere al posto dei diritti il linguaggio delle relazioni, trovare mediazioni più sensate e più semplici (non semplicistiche!) che puntino sugli scambi in presenza, contestuali e relazionali, coinvolgendo anche le famiglie e l’intorno culturale delle bambine e dei bambini. Mettere la legge e i diritti al posto del desiderio, della consapevolezza e della spinta soggettiva significa privarci della forza vitale per il cambiamento cercato.  Applicare programmi fatti da altri, per quanto raffinati siano, ci esonera dall’impegno a immaginare e praticare le necessarie mediazioni in contesto. E’ quanto avvenuto con i ripetuti tentativi di modificare per legge i libri di testo nel senso del superamento della discriminazione femminile, della parità uomo-donna, con il progetto Polite; sta avvenendo all’Università di Bologna con la creazione di un corso sulla violenza di genere obbligatorio per chi vuol laurearsi, o con i ripetuti inviti al ministero di modificare i programmi di insegnamento con l’introduzione di figure e saperi femminili. Molte di noi qui presenti abbiamo imparato, grazie alla condivisione con altre e alla forza del desiderio, a prendere l’iniziativa a partire da noi, a trovare le mediazioni  per esserci come donne che insegnano e in quello che insegnano. Abbiamo trasformato in modo libero il nostro rapporto con i saperi e le discipline accademiche, producendo pensiero e saperi autonomi, attingendo secondo le nostre preferenze e passioni alle elaborazioni culturali femminili ormai ricche e numerose, e filtrando con la nostra libera soggettività le produzioni maschili del passato e del presente, senza bisogno di aderire a progetti istituzionali di parità, che anzi sarebbero stati di ostacolo, e non di rado questa libertà ha contagiato anche studentesse e studenti, con un guadagno di intelligenza e di agio per tutti.

Moltiplicare la mole delle conoscenze al posto della necessaria presa di coscienza, adottare prontuari pronti all’uso al posto della fatica e del piacere di costruire relazioni che aiutano a cambiare e a trovare parole e gesti appropriati, significa rinunciare a pensare, e ancor prima al sentire. Significa in definitiva rinunciare a quella sapienza che si radica nell’esperienza e da cui è possibile estrarre il senso giusto, perché contestuale e relazionale, di ciò che accade o può accadere nelle singole situazioni, con effetti di cambiamento che  aprono un orizzonte più grande. E significa stare in un mondo che ignora la nostra soggettività e delegare le proprie scelte e decisioni a quelli che Ivan Illich chiamava “esperti di troppo”, sopravvalutando le competenze costruire altrove e da altri, e rendendo superfluo il sapere dell’esperienza personale costruito relazionalmente. Il risultato è un deprimente senso di inutilità e di depersonalizzazione, sentimento piuttosto diffuso nelle istituzioni scolastiche e formative sia tra gli adulti sia tra i più giovani quando non si sa rispondere al bisogno tutto umano di esserci in prima persona con un senso che ci corrisponda e di partecipare in relazione libera con altre/altri al ricrearsi del mondo. Come stare nel vortice dei cambiamenti attuali con un orientamento sensato e senza abbandonare la ricerca di felicità? Come muoversi all’altezza delle trasformazioni portate dalla libertà femminile? Sono tra le questioni che desideriamo considerare in questo Incontro.  Penso che la sapienza delle maestre, di cui e con cui ci parlerà ora  Maria Cristina Mecenero, possa già indicarci pratiche significative e orientamenti utili.

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