PRIMA TRAIETTORIA: Un mondo trasformato dalla libertà femminile

Incontro nazionale, 12 e 13 aprile 2014 – Verona
SONO CAMBIATE TANTE COSE: DONNE E UOMINI REINVENTANO IL PRESENTE EDUCATIVO

Noi siamo qui
di Maria Cristina Mecenero

Parto dal titolo che abbiamo dato all’Incontro nazionale di oggi: sono cambiate molte cose. Per me si tratta di una traiettoria per guardare dentro i nostri giorni. Sono molto in accordo con questa affermazione e con l’idea che per le donne questo sia un buon momento.

Nel mio discorso toccherò alcuni dei temi annunciati nell’invito: l’educazione di genere, gli stereotipi, il cuore pulsante del cambiamento: la nostra libertà, come si sta dispiegando. Fin da subito cercherò di portarvi dentro il cambiamento, per quello che intravvedo io. Per farlo ho bisogno di raccontare. I racconti del cambiamento, così li ho chiamati: perché è rilevante per noi qui e, più in generale, descrivere ciò che ci sta capitando e aprire nuove visioni del momento in cui siamo.

Ho scelto una stralcio di una conversazione del mese scorso, avvenuta in classe, una quarta elementare, per discutere di alcune parole – grassa, obesa, idiota – che circolavano da un po’ di tempo e facevano stare male soprattutto le bambine, ma non solo. Infatti c’era anche “lo scaccolatore”, che soffriva, e c’era quello non brillante a calcio, soffriva pure lui quando altri glielo facevano notare; erano in compagnia di una “nanetta” e di una “secchiona”. “E poi qui tra noi c’è un modo di prenderci in giro che a me proprio non va”, dice un altro commuovendosi, “prendono in giro i gay e gli handicappati. E il migliore amico di mia madre è gay”. Alza la mano un bambino dal fondo dell’aula, figlio di una collega: “Il mio padrino è omosessuale”. Poi interviene il bambino che si è aggiunto quest’anno, proveniente da un’altra scuola milanese: “Anche il mio”. Io aggiungo che ho amiche omosessuali. L’educatrice presente chiude: “Io convivo con due ragazzi omosessuali”. In classe ci sono due bambini adottati, tre giunti recentemente da altri paesi, figlie/i di separati che condividono l’affidamento, alcuni senza strappi. Noi siamo qui, in questo movimento di libere esistenze.

La mia è una scuola primaria della periferia di Milano. E’ una popolazione in movimento reale quella che la abita. In classe abbiamo una campana tibetana, abbiamo l’incenso, libri d’arte, giochi: tutto portato in regalo piano piano da bimbe/i. Dimensioni spirituali e creative aperte da loro, in tempi non sospetti rispetto al mio movimento di portare la meditazione in classe. Anzi: io l’ho portata per risonanza con loro e con il gruppo di maestre di cui faccio parte, Maestre in ricerca e in movimento.  Io vedo maschi e femmine che creano tra loro intense vicinanze amicali e collaborative, che fanno ordine nella classe a vari livelli, anche nel senso che si dedicano insieme a tenere in ordine, a partecipare alla vita organizzativa. Chi si “prende cura” è maschio ed è femmina. Si sentono orgogliosi/e di dire: l’ho messo a posto io. Vedo i maschi stringere amicizie tra loro come non mi è mai capitato prima. Scrivendo dei loro padri in un testo, hanno dato la pagella, prendendo in esame molte attività paterne (mi aiuta nei compiti, inventa soprannomi, fa arrampicata con me…); compare anche la materia: cucina. Con voti alti.

Vedo che le forze femminili sono al lavoro differentemente ma con un preciso obiettivo: farsi sentire. Gli andamenti delle conversazioni sono rivelatori: in una delle classi in cui lavoro sono decisamente le bambine a governare i dialoghi e i maschi le ascoltano con attenzione e intervengono dopo. Nella classe in cui sono i maschi a condurre, se le cose prendono un andamento troppo piegato sui loro gusti, una o due bambine sono capaci di ripotare l’ago della bussola sulla loro differente prospettiva. Quando non lo fanno loro, chiedo io di esprimersi, per avere il polso e fare sentire la mia attenzione vigile e interessata. Il movimento all’esserci delle donne si sta giocando in grande, in continui rimandi: una madre mi ha proposto un laboratorio di fotografia sulla scia dei lavori realizzati da Cindy Sherman, fotografa statunitense, conosciuta per i suoi autoritratti. Ci aveva visto lavorare con i ritratti di Frida Kahlo e Tamara de Lempicka. Nella mia esperienza vedo madri e i padri che sono in cambiamento. Talvolta molto più “avanti” di quanto ci si aspetti.

Un altro racconto per dirvi come i padri sono in movimento. Sono presenti ai colloqui, soli o con le loro compagne/mogli a raccontarci, ragionare con noi e ad ascoltare delle loro figlie, dei loro figli. Non tutti, ma certamente non si tratta più di colloqui tra maestre e madri e basta. Tengono laboratori in classe in cui si espongono, stanno in una dimensione di scambio con le bambine e i bambini che a me pare anche un apprendistato. Recentemente uno di loro è venuto a parlarci di comunicazione, lo fa di mestiere, e ci ha parlato del fatto che sempre comunichiamo, con tutto di noi. E che lui si emoziona spesso, a partire dal tramonto che ogni volta lo chiama a sé e lo fa commuovere. Un bambino delle nostre classi alla fine gli si è avvicinato e gli ha detto: io voglio diventare come te. Io chiamo i padri a portare ciò che sanno fare per vari motivi: ho la certezza che sia il momento, che la pagina l’abbiamo già voltata e ciò che va scritto verrà meglio a due mani. C’è bisogno di uomini che si prendano cura delle giovani generazioni, ci sono uomini che ne hanno il desiderio e pure molti bambini. Non si tratta solo di “fare” presenza. C’è altro: un desiderio nuovo.  Compagnia, condivisione, sguardi diversi, possibilità: nella scuola che sto facendo questa dimensione è aperta, a disposizione.

Accanto io ci metto il mio agire per una consapevolezza più lucida, luminosa, di speranza. Con le parole, con le iniziative. Abbiamo organizzato un ciclo di incontri, in un oratorio del quartiere, con madri e padri, perché potessimo parlarci della nostra relazione con bambine e bambini, mettendo a tema il nostro essere donne e uomini che portano differenti sguardi nello scambio con l’infanzia. Ho invitato Alessio Miceli a esserci, specificando che, oltre a essere un insegnante di scuola superiore, fa parte dell’associazione Maschile Plurale. E che il suo essere uomo dava a modo ai padri di confrontarsi con un punto di vista maschile.  La premessa era che nessuno di noi, nemmeno Alessio, era l’esperto. Eravamo lì per quel desiderio di parlarsi che le colleghe e io avevamo sentito nelle assemblee di classe, poche e sempre piene di troppe cose da dire. E ci riprendevamo in quel modo il ruolo di comunità non neutra che insieme pensa/sente/ragiona. Una comunità fatta di donne e uomini che hanno a cuore figlie e figli in crescita. Fuori da scuola ci eravamo per agio e visibilità, la nostra infatti è una scuola appartata in un parco. E comunque questi movimenti, di fare entrare padri e madri e di uscire noi per una riflessione condivisa, rispondono a un intento preciso: praticare e intensificare il legame tra di noi e tenere la scuola in una connessione con il territorio e continuare a farla essere territorio di incontri e scoperte, di esistenze e racconti. Con l’importanza che si dà a un mercato piuttosto che a una via laterale e chiusa. Io sono andata agli incontri con un profondo desiderio di ascoltare, cioè di sentire come madri e padri avrebbero significato le loro esperienze, parlando di sé, e non dei bambini e delle bambine. Con narrazioni vive e mature, Alessio ha portato la sua esperienza con ragazze e ragazzi e le sue riflessioni sulla libertà di uomini e donne. Abbiamo anche ragionato intorno alle regole, sono state due madri a condurci su questo terreno: che senso hanno o possono avere per noi che le stabiliamo, da genitori e da insegnanti, e in che rapporto le mettiamo con il desiderio che bambine e bambini diventino se stesse/se stessi e cioè possano potenziare le corde che suonano meglio in loro. Si è aperta così la riflessione sulla possibilità, sempre presente per ciascuno di noi, di sottrarsi al già detto, fatto, stabilito; sul senso buono della disubbidienza. Abbiamo esaminato e compreso perché i bagni della nostra scuola sono divenuti per le bambine e i bambini, più che in altri periodi, luoghi di sperimentazioni acrobatiche e giocose, non senza danni, passando attraverso i racconti delle nostre infanzie, più libere di sperimentarsi in vari luoghi della città o della campagna, e più libere dagli occhi degli adulti. C’è molto che si può intrecciare in modo nuovo con le donne e gli uomini che abbiamo a fianco nei contesti più comuni: donne e uomini presenti agli incontri hanno narrato di sé, ragionato, ascoltato ed è evidente che qualcosa sta lievitando.

Chiudo qui i miei racconti del cambiamento per mettermi in rapporto con qualcosa che sta capitando in Italia da alcuni anni. Molte iniziative all’insegna della differenza di genere nelle scuole sono state avviate con uno spirito diverso, cioè con l’intento di educare al genere. In quest’ottica le/gli insegnanti non conoscono (contenuti, che vuol dire scrittrici, artiste, scienziate ecc.), non sono (libere), hanno la mente piena di stereotipi. Ho in mente alcune iniziative nell’arco degli ultimi due anni: i convegni in Bicocca (Educare le bambine) e a Roma (Che genere di programmi). “Il progetto Alice”, portato avanti dall’università di Bologna, dà questa precisa indicazione: le insegnanti devono essere accompagnate da un esperto per la progettazione curricolare. Quest’idea si ritrova più sviluppata ancora nell’assunto secondo il quale “non sono le iniziative dal basso a poter cambiare le cose”, “perché la cultura di genere passi deve essere supportata e anzi introdotta dal Ministero”, tutte affermazioni circolate durante il convegno a Roma. L’anno scorso a Torino, Anna Maria Piussi e io abbiamo partecipato a un altro convegno, Educazione al senso libero della differenza maschile-femminile. Le insegnanti presenti erano trecentocinquanta. Mattinata in un teatro: le relatrici sul palco, le insegnanti in platea. E’ uno spettacolo. Effettivamente lo è. Io lo chiamo il dramma dell’azione passivizzante. Gli interventi del pubblico previsti per le 12, slittano a un’ora dopo e possono essere fatti solo sotto forma di domande o commenti scritti su bigliettini che poi vengono letti e, a seconda della relatrice a cui sono rivolti, riceveranno risposta. Perché parlo di dispositivi e scene? Per mettere a tema ciò che in quei dispositivi si rischia di schiacciare, si rischia di offuscare, continuando per esempio ad accorciare/azzerare il tempo dei dibattiti e degli scambi, a porre energie e attenzione alle immagini da decostruire, al non sapere delle insegnanti. Alla base del mondo trasformato c’è la libertà reale delle donne e il cambiamento degli uomini. Nelle forme che prende, nelle visioni che apre. Già in atto quindi è la trasformazione delle relazioni, ed è ora che riguardi anche quelle pubbliche e considerate “formative”.

In gioco è la nostra libertà, perché la stiamo praticando, tutte. La libertà dipende e indipende da noi. E’ uno stato, simbolico e materiale. Per me significa tornare spesso a chiedermi di che libertà sono capace io, nella mia vita e quindi anche a scuola. Sono tutti lavori in corso, dentro di noi e fuori di noi, sui quali abbiamo molta possibilità di azione, sapendo che per tutte si tratta di scommesse ed esperimenti che si giocano sul terreno dell’incontro con altre e altri. La libertà non si può manipolarla pensando “io ne ho di più e tu di meno”. E non è indifferente come si lavora per essa. Se per sostenere/amplificare la libertà femminile, se per scardinare paure e timori, che pure continuano a coesistere con il nuovo che avanza, scegliamo formule vecchie (convegni, lezioni frontali, esperti/inesperti) potrebbero essere raggiunti risultati ben differenti da quelli che speravamo. De-scolarizzare la società, scardinare l’istituzione che è dentro di noi: sono piste da tenere attive. Altrimenti si generano/generiamo dei paradossi: pensate a una donna, insegnante da tanti anni in un’aula, a cui viene comunicato che lei non è esperta di differenza. Eppure lei è la differenza. Pensate all’idea che la vera e risolutiva mossa sia che il Ministero con una legge imponga la presenza delle donne nei programmi di letteratura, storia, filosofia, arte. Per legge: qui significa per forza. Non per amore, per desiderio, per un cambiamento profondo dell’orizzonte in cui poniamo i saperi. Leggi e libertà stanno in rapporto, certamente, ma non necessariamente.

Sullo stato dei programmi scolastici e degli stereotipi io dico che nelle scuole primarie, legge o non legge, il problema dei programmi si pone, ma nei termini che dice Chiara Nerozzi, una delle Maestre in ricerca e in movimento: basta far frequentare la letteratura infantile direttamente e il mondo cambiato entra in classe immediatamente. Molti libri sono scritti da donne, illustrati da donne, ideati da donne in coppia o individualmente in serie che prevedono protagoniste bambine o ragazze. Quindi, caso mai, bisogna scegliere se lavorare puntando sugli stereotipi presenti nei libri di testo, oppure riparlare delle chance a disposizione, l’adozione alternativa del testo per esempio, che può essere sempre praticata dalle scuole, e individuarne di nuove. Per il resto: tutto o quasi dipende da noi perché la libertà di insegnamento prima di tutto è nelle nostre mani, è sancita ancora dalla costituzione ed è effettivamente praticabile. Ma, obiettano alcune, percorsi didattici assistiti sono necessari. O, dico io, è necessario rilanciare il dibattito e il ripensamento, la narrazione e lo scambio su ciò che si fa, si può fare. E rimettersi a pensare ai modi in cui coltivare la nostra consapevolezza intrecciandola al meglio con quella di altre/i. Rilanciando l’idea della politicità della nostro ruolo.

Io sono convinta che la scelta dei contenuti e delle attività è secondaria alla libertà che si agisce, anche inconsapevolmente, attraverso il nostro modo di essere, di fare accadere le cose. Per questo pensare che la lotta agli stereotipi sia il fulcro è fuorviante: tutto si sta muovendo, anche a una certa velocità, noi stesse, bambine e bambini, le famiglie, gli uomini che si incontrano, si parlano e pensano a come fare per allargare il confronto con altri uomini, come sentiremo oggi pomeriggio. Bambine e bambini, ragazzi e ragazze stanno continuamente creando e ricreando immagini, e quindi anche visioni inedite della realtà, in quantità e qualità che mai ci eravamo immaginati possibili.

C’è quindi una questione aperta, che vorrei porre qui oggi a voi. E’ evidente che le molte iniziative diffuse nelle scuole sulla differenza di genere stanno rispondendo a un bisogno: alla chiamata a questi corsi di formazione le insegnanti rispondono a centinaia e la tendenza che va per la maggiore è a costruire percorsi didattici. Ma: il potenziamento della nostra capacità di agire in libertà per generare altra libertà, da dove passa meglio, come meglio prende forma? D’altronde penso anche che in uno scambio tra donne formatrici e donne insegnanti passi molto di più di ciò che viene ristretto nello schema classico di un’unità didattica e dal vecchio linguaggio/orizzonte di pensiero che porta con sé (obiettivi, metodologia, verifica). Eppure la questione è da porre. Dall’altro lato: noi che abbiamo idea di un altro andamento abbiamo intenzione di intraprendere iniziative che coinvolgano gruppi di insegnanti? Oppure: le cose sono in movimento, anche per via della stessa libertà delle donne – insegnanti, educatrici, madri, ricercatrici universitarie, appartenenti a varie associazioni – e più di tutto quindi vogliamo tenere aperto il confronto e il dibattito e inventare occasioni e forme di incontro/percorso?

Sul tema degli stereotipi, porto una mia riflessione, condivisa con Luisa Muraro. Recentemente ho scoperto di averne uno: avevo un’avversione pregiudizievole verso le riflessioni condotte in ambito formativo incentrate sugli stereotipi. Durante uno degli incontri di Maestre in ricerca e in movimento abbiamo calorosamente dibattuto, a partire da una esperienza di Paola Massaro e Rita Croci, supervisore al tirocinio all’università di Urbino. Avevano lavorato con le studentesse sull’idea di maschio e di femmina. Io avevo criticato la loro impostazione dell’attività, le altre non erano d’accordo con me. Parlando con Luisa, per provare a uscire dalla contrapposizione, ne ho ricavato molto. Quella degli stereotipi è una questione cruciale e delicata perché si tratta di una modalità umana di interpretare le cose. D’altronde gli stereotipi possono inchiodare le bambine (e i bambini), certamente; ma sono le stesse bambine anche a crearli: la preferenza per il colore rosa non tramonta. La differenza difende se stessa con gli stereotipi. Il vero problema da tenere a mente è la tentazione alla neutralizzazione della differenza, l’essenziale essendo il significarla.  Una sorta di doppio legame ci lega quindi a essi: la lotta contro i pregiudizi è l’asse del pensiero critico ma noi non possiamo ragionare senza avere i pregiudizi. Utile è vedere se e quali sono gli stereotipi malefici. Guardo alle attività centrate sugli stereotipi in altro modo ora, ma di mio continuo a preferire con le bambine i bambini, e anche con le adulte e gli adulti, la costruzione alla decostruzione.

Una chiave per stare nel cambiamento l’ho trovata nelle parole di Etty Hillesum: “Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura”. Sento un po’ di disagio a citarle, dato che le ha usate in un momento storico in cui la libertà è stata ostacolata con gli esiti drammatici che conosciamo. Eppure lo faccio, perché penso che la libertà sia sempre in bilico, cioè sia sempre un limite e un senso che ci interroga; la presenza nostra di donne che sono anche lavoratrici negli ambiti formativi ha bisogno di essere guardata e riguardata attraverso questo sguardo. Le nostre forze migliori: su questo piano c’è molto da rilanciare io credo. Io ho accesso alle mie forze migliori grazie alle Maestre in ricerca e in movimento, grazie al percorso che ci ha condotto qui oggi, a relazioni con uomini in cambiamento, e soprattutto alle donne che ho incontrato in questi anni che mi hanno sostenuta e valorizzata. E queste – la valorizzazione, il sostenere, il rilanciare – sono chiavi potenti da usare noi ora con generosità.

Maestre in ricerca e in movimento è per me un luogo concreto e simbolico di forza liberante, autorizzante, sostenente. “Io sto qui radicata all’essenziale con altre maestre. Ci diamo forza noi”, detto in poche parole, è ciò che vivo con le altre da quattro anni. Siamo dodici maestre, veniamo da varie parti di Italia. Ci spinge e ci guida il desiderio di felicità: meno di così non si fa niente in questo mondo e nemmeno a scuola. Nella nostra impresa cerchiamo di investire ciò che c’è di speranza, sogno, desiderio. Manteniamo un senso grande di ciò che facciamo pur nella crisi; prendiamo slancio, ci chiariamo idee e torniamo nei nostri contesti dove le iniziative si stanno moltiplicando (a Bologna, a Verona, a Urbino, a Milano). Scegliamo la narrazione come modus operandi, perché sappiamo che il discernimento si esercita con le narrazioni invece che con schemi teorici, perché l’esistenza umana è piena di ombre e ambiguità. Ci siamo scelte, liberamente. E liberamente andiamo avanti. Nel tempo abbiamo sentito chi coltiva la spiritualità come un nostro alleato. E alcune di noi hanno scelto di praticare la meditazione con le bambine e i bambini. La ricerca più profonda è a vivere bene, sempre, quindi anche a scuola, tenendo aperta la dimensione della verticalità, per come la intendiamo noi, donne per lo più laiche.  Ricordando ciò che non si dice quasi più nelle politiche formative: “ciò che è bene spiritualmente è bene da tutti i punti di vista, sotto tutti gli aspetti, in ogni tempo, ogni luogo, in ogni circostanza” come scrive Simone Weil. Mettendo in gioco il corpo, l’immaginazione, le nostre più vitali energie, in un’ottica di interdipendenza con la Terra e con tutti gli esseri viventi.

Torno alle scelte che possiamo fare: Anna Maria Piussi nell’89 lanciava l’idea di prendere sul serio le bambine. Oggi, per come la scuola si sta declinando, traduco questo invito con due interrogativi. Li intendo come lenti di ingrandimento della nostra postura nella quotidianità. E li intendo dentro una prospettiva che ha un preciso taglio: farsi trasportare dal meglio che c’è in noi e intorno a noi.

  • Riusciamo a sentire che bambine e bambini, ragazze e ragazzi ci chiamano alla libertà e vediamo cosa ci portano di nuovo? Io sto aprendo sempre più gli occhi sul potere dell’infanzia e su quello dell’istituzione scuola, con un’organizzazione sempre più stringente, obbligante. Scelgo di affidarmi più all’infanzia, allo spirito che porta.

Per me significa, per esempio: giocare con le parole, con gli errori, con gli accadimenti; ridere e sorridere molto; fare con le mani usando molti materiali e moltiplicare le ore di arte; essere mobili nello spazio e nel tempo (cambiare spesso aula, andare lenti, non farsi guidare da ansie e preoccupazioni); agire con il corpo: teatro, meditazione, libertà di andare a scrivere in corridoio o in altri piani della scuola, di sedersi per la lettura libera ovunque sia comodo e dia la possibilità di concentrarsi; divertirsi con ciò che capita, a partire dalle stranezze individuali e dalle capacità individuali di vedere altro in quel che c’è; fare insieme: a coppie, in gruppo; fare esperimenti di tutti i tipi, ovvero pensando a tutto come a un esperimento che se va bene siamo felici, se va male, ci riproviamo e intanto abbiamo scoperto qualcosa; seguendo le passioni e i filoni che temporaneamente si accendono e trasportano, come un gran vento celeste direbbe Anna Maria Ortese. Scegliendo di dire: “andiamo a giocare”, invece che “andiamo a lavorare”, prima di iniziare un’attività di italiano: per stare nella energia infantile e divina. Curando il linguaggio quindi, con assertività – penso al doppio plurale oramai molto in uso sia nelle classi sia nei documenti – e in modo che sia potenziante il meglio e il bene che c’è.

  • E noi adulte ci prendiamo sul serio (ma non troppo!) e ci facciamo mediazione di ciò che viene dal genio femminile? A scuola io, sempre più liberamente, mi faccio accompagnare dalla Szymborska, faccio studiare a memoria le sue poesie, faccio indagare il cielo, i sogni e la pietra attraverso le parole della poetessa polacca, lei, Emily Dickinson, la Pozzi, la Merini, creo libricini di aforismi come faceva Ada. E comunque uso tutto, ma tengo sempre accesa la sensibilità mia, e anche la loro, su ciò che fanno e hanno fatto le donne, mettendone a disposizione le creazioni. Non prescindo ormai da tempo dalle mie frequentazioni con le artiste: il mio punto di partenza è ciò che amo delle loro produzioni. Sono anni che seguo Frida Kahlo, Artemisia Gentileschi, Berthe Morisot, Tamara De Lempicka, Carla Maggi. Sono azioni alla mia portata, con cui tengo il filo delle mie passioni e del desiderio di condividere la ricchezza umana prodotta, come oramai sappiamo, non solo da uomini. Oggi è facile: ad aiutarci ci sono tanti materiali (testi, mostre, iniziative) e c’è la rete, quella reale delle relazioni che abbiamo e continuiamo a creare, e quella virtuale, che ci tiene fluttuanti su immensi tesori.

 

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