SECONDA TRAIETTORIA: Nuove geografie relazionali di donne e uomini in educazione

Incontro nazionale, 12 e 13 aprile 2014 – Verona
SONO CAMBIATE TANTE COSE: DONNE E UOMINI REINVENTANO IL PRESENTE EDUCATIVO

La scuola: un grande laboratorio di politica.
di Sara Gandini

Nonostante io sia una ricercatrice, appassionata del mio lavoro, responsabile di progetti internazionali che mi portano spesso all’estero, ho scelto di fare anche la mamma. Come riuscire ad essere una professionista ed un madre, e farlo con soddisfazione, lo devo al sapere che ho acquisito alla Libreria delle donne di Milano. Un luogo di autorità femminile che mi dà forza ovunque vado, incluso il mio posto di lavoro, inevitabilmente segnato da dinamiche di potere maschile. Di fatto la pratica dell’autocoscienza mi ha permesso di guadagnare maggiore consapevolezza rispetto al mio desiderio, al mio modo di stare nel lavoro e con mia figlia.

Con la nascita di mia figlia è infatti iniziato un profondo lavoro su di me. Mi faceva scoprire edizioni impreviste di me stessa e aspetti curiosi della realtà, che vista con i suoi occhi si trasformava. Fin da piccola andavamo insieme a teatro, ai musei, giocavamo, ballavamo. Mi divertivo, anche perché nell’infanzia mostrava una libertà stupefacente nell’illuminare il mondo. Fin da bambina per lei il mondo femminile aveva un valore grande. Era sempre incinta di 3-4 bimbe, ed era convinta che sarebbero stati i maschi a partorire i maschi. “Un giorno guardando il cielo mi chiese: «Mamma nel cielo non ci sono altre ‘lunine’ perché sono tutte nella pancia della mamma luna, vero?». Un’altra volta guardando le anatre in un lago rifletteva fra sé: «Mamma anatra non c’è perché sarà al computer…». E in ascensore commentava: «come siamo fortunate mamma, che le ascensori sono femmine!»” (da “La luna e le lunine”, L’ombra della madre, di Diotima, Liguori 2007).

La trasformazione che è avvenuta grazie al femminismo (grazie alla libertà che le donne si stanno prendendo) è così grande che, se da una parte una bambina di cinque anni ha già consapevolezza del valore della propria differenza, dall’altra un insegnante a Paestum, il convegno nazionale femminista del 2013, sottolineava che “oggi sono i ragazzi ad aver più bisogno della differenza maschile, sono loro ad aver bisogno di sapere chi sono”.

Sempre a Paestum Laura Colombo invitava a “non essere schematici perfino nella lotta agli stereotipi, perché i bambini e le bambine attraversano tante fasi di crescita e di ricerca per capire chi vogliono essere, anche rispetto al fatto di essere maschi e femmine, e questo loro percorso va seguito con cautela e attenzione senza preconcetti su principesse e cavalieri”. Non si tratta quindi di ridurre la critica agli stereotipi, in quanto riduttivi, ma di affrontare i nodi della crescita in modo meno semplicistico, interrogandosi sul filo che corre tra lo stereotipo e la ricerca che bambine e bambini hanno la necessità di fare, in quanto esseri sessuati che si muovono in un mondo profondamente mutato dalla libertà femminile. 

Ora mia figlia ha 12 anni e la pre-adolescenza la porta a ricercare una sua individualità lontana da me, con sfide nuove che mi attendono, anche rispetto alla sua ricerca sul suo essere femmina, come me. Ma la relazione con lei è stata e continua ad essere una grande scuola, che mi ha imposto interrogativi profondi sul senso del mio muovermi nel mondo, dal lavoro alle relazioni, e che mi ha permesso di vedere e mettere alla prova lati di me nascosti: il senso di un vincolo per la vita, il senso di onnipotenza che si scontra con i segnali del corpo, invenzioni sempre nuove per affrontare conflitti creativi che non si limitino alla punizione, giocarsi l’autorità senza paura di ferire. Tanto che spesso dico che mia figlia mi ha messo al mondo.

Se ci diamo questa occasione, lo possiamo verificare tutti: la relazione con i bambini sa stupire, permette di imparare molto su di sé e sulle potenzialità e sugli scacchi delle relazioni, al di là dei preconcetti su cui spesso ci basiamo nell’interpretare i comportamenti dei bambini.

Luisa Muraro in «Il lavoro della creatura piccola» (ed. Mimesi 2013) sostiene che la bravura delle maestre dipende dal fatto che i bambini sono ancora capaci di fare quello che facevano da piccoli, quando hanno trasformato una donna nella loro madre. Le maestre in sostanza beneficiano della genialità infantile nel chiedere e nell’aspettarsi il meglio da parte della persona adulta di cui hanno bisogno.

Io penso però che la marcia in più delle maestre, rispetto ad esempio ai professori, dipenda anche dallo scambio più vicino con le mamme, oltre che con i bambini. Più si va avanti con i livelli scolastici e più i rapporti tra la scuola e i genitori si allentano, i professori sollecitano meno uno scambio personale con madri e padri, se non nei casi gravi. Alle medie da mia figlia alcuni  professori hanno chiesto esplicitamente ai genitori di rimanere distanti dal percorso educativo scolastico del proprio figlio. Da una parte questa richiesta nasce dall’esigenza sacrosanta di ragazze/i di rendersi sempre più indipendenti. Dall’altra ci parla anche di una difficoltà dei professori a relazionarsi con i genitori. Eppure la scuola ha bisogno della collaborazione dei genitori. A parte l’aiuto scolastico di cui di fatto i ragazzi hanno necessità, i genitori a scuola vogliono esserci e sono molto vivaci. Vogliono portare idee e progetti, sapendo dare credito all’idea che la scuola è intimamente legata alla società e alla politica.

Inoltre le scuole hanno bisogno dell’aiuto economico dei genitori, che per gli istituti superiori rappresentano la fonte principale di finanziamento. I genitori, con le varie iniziative che promuovono a scuola, riescono a comprare le lavagne multimediali, le stampanti, i computer, a pagare le lezioni di sostegno per chi ha bisogno…

Mia figlia frequenta la scuola media Rinascita di Milano, una scuola sperimentale che dagli anni ’70 punta sull’idea di Scuola-Comunità e sull’importanza della collaborazione di insegnati, genitori e ragazzi. Ho scelto questa scuola anche per la passione che madri e padri portano, promuovendo diverse commissioni da quella dell’Editoria, all’Orto didattico e alla Commissione Alimentazione. D’altra parte molti genitori lamentano una scarsa collaborazione con le e gli insegnanti che vorrebbero partecipassero di più agli eventi da loro promossi e mostrassero un maggiore desiderio di scambio. E in parte hanno ragione. Un po’ per mancanza di tempo e per burocrazie che irrigidiscono, gli insegnanti faticano a trovare spazio per le sollecitazioni di madri e padri, che in effetti spesso portano richieste alte.

Tuttavia sono capitate occasioni che hanno riattivato il mio desiderio e permesso di rimettere in circolo energie, convincendomi che la scuola sia un grande laboratorio di politica. Penso ad esempio ad un evento successo quest’inverno, che mi ha spinto a scrivere lettere pubbliche a professori e genitori, per mettere in parole un disagio, che poi ho scoperto era diffuso tra madri  e padri con cui in seguito ho parlato. La preoccupazione era nata dal fatto che la preside ha chiamato i carabinieri durante l’orario scolastico, per trovare in flagrante dei ragazzini che scambiavano droga. E’ stato un momento di grande confusione e ansia , che è stato trattato in modo ipocrita e debole da parte della dirigenza, con lettere separate per i ragazzi e i genitori. In quelle dei genitori si parlava di ‘droga’ in quella per i ragazzi la parola droga era scomparsa e si parlava solo di regole. Nulla si è detto degli eventi precisi che erano capitati e dei passaggi che hanno portato a questa scelta. Fortunatamente noi del gruppo Scuola-Comunità siamo riusciti a promuovere una serie di iniziative nelle classi permettendo ai ragazzi e alle ragazze di mettere in parole il disagio e le paure, lavorando sull’assertività, il senso di responsabilità… E una mamma criminologa, in collaborazione con i professori, ha invitato un adolescente carcerato di Bollate a raccontare ai ragazzi delle terze la sua esperienza. Per i ragazzi è stato un momento importante, perché la narrazione in prima persona, specialmente da parte di chi è poco più grandi di loro è spesso molto coinvolgente. Si è trattato di un esempio di buona mediazione, promosso prima di tutto dalle insegnanti e da alcune madri, che ha contenuto e modificato di segno decisioni di corto respiro, prese dall’alto, con un progetto di lungo periodo. In questa situazione le insegnanti, in particolare, hanno mostrato apertura e intelligenza e la loro azione è servita a far rientrare un’azione di autoritarismo, promuovendo una nuova soluzione alla traiettoria aperta dalla dirigente.

E qui arriviamo all’ultimo punto su cui mi piacerebbe discutere con voi. Prima di tutto mi piacerebbe cominciare a ragionare sul ruolo dell’autorità delle maestre e dei maestri, delle madri e dei padri, e di quanto questa diventa potere.

Maria Zambrano nel suo saggio Per l’amore e per la libertà, scritti sulla filosofia e sull’educazione (ed. Marietti 2008), parlando dell’arrivo del maestro/a in classe, scrive che «tutto dipende da ciò che accade in quell’istante che apre la classe ogni giorno; tutto dipende dal fatto che, nel confronto tra maestro/a e alunni, il maestro non rinunci trascinato dalla vertigine. Quella vertigine che assale quando si sta soli, su di un piano più alto del silenzio dell’aula». «E non si difenda neppure dalla vertigine, aggrappandosi all’autorità stabilita», e quindi al Potere.

Mi piace questo racconto perché pone al centro la questione del sapere come elemento fondamentale ma rischioso, perché l’autorità può irrigidirsi facilmente in «autorità stabilita», e perdere le potenzialità di crescita che dà l’autorità relazionale.

Questo si traduce di fatto in imposizioni drastiche e soluzioni veloci per risolvere i conflitti, e di fatto sottrarsi dalla fatica della relazione, con posizioni che vanno dal genitori amico-complice, a quello che si affida a minacce e ricatti, e professori che per fare ordine si limitano a dare note, verifiche a sorpresa e voti irrecuperabili.

Mi piace ricordare che invece nell’autoriforma della scuola hanno coniato un’espressione evocativa: minimo di potere e massimo di autorità. Si tratta di  invitare a pensare a relazioni che non si basano su imposizioni dall’alto, gerarchie e regole astratte.

La scuola è in effetti un interessantissimo laboratorio, che ci regala grandi occasioni di riflessione, diventando uno dei luoghi politici per eccellenza.

Così Zambrano scrive che la vocazione del maestro, come ogni vocazione, è per essenza mediatrice, soprattutto in senso sociale, tra individuo e società.

Ma anche gli studenti stessi possono funzionare da mediatori. Luisa Muraro racconta che per lei funzionavano da mediatori rispetto all’università in cui insegnava, permettendole di andare oltre la sua immagine dell’istituzione dell’universitaria impregnata di Potere, segnata da gerarchie, maschilismo,  regole assurde che immobilizzano tutti gli entusiasmi.

Secondo Zambrano ogni essere umano che crea e che fa qualcosa è mediatore iniziando dal fatto più comune e diffuso di avere figli e allevarli. Padre e madre sono i mediatori per eccellenza, dice Zambrano, perché portatori di una vocazione che lega l’individuo alla società. Una mediazione essenzialmente politica direi io.

Ma non sempre è semplice. Nella mia esperienza di madre la relazione con mia figlia ha assunto un’intensità tale che ho sentito di correre il rischio di chiudermi in una relazione senza mondo. Una delle reti di salvataggio è stata proprio la mia curiosità e la passione politica, che mi ha portato lontano da lei. La Libreria delle donne, la politica e il lavoro sono stati fondamentali. Certo è stato molto impegnativo riuscire a tenere assieme la scelta della maternità con il desiderio di fare politica e un lavoro di soddisfazione. Nella mia esperienza ha fatto la differenza anche la presenza costante del padre di mia figlia, che ama fare il padre, e questo aspetto è stato fondamentale per non farmi mettere in trappola dai sensi colpa e trovare il modo per gestire tutto. Tra l’altro vedo che anche a scuola di mia figlia sempre più uomini scoprono interessante fare i padri e non vogliono più rinunciare a questa dimensione relazionale per la carriera.

Rispetto al coinvolgimento, per forza o per amore, dato dalla vicinanza giorno dopo giorno a tante esistenze in evoluzione, una maestra mi raccontava che anche per loro non è facile «parare il colpo dell’intensità in cui ci si trova immersi per via dell’incontro quotidiano con ragazze e ragazzi». Così mi chiedo se non sia il momento di  rimettere al centro la questione che nell’insegnamento, come in tutti progetti politici e d’amore, stare in relazione è fondamentale. E che le relazioni esigono molte energie.

 

 

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