SECONDA TRAIETTORIA: Nuove geografie relazionali di donne e uomini in educazione

Incontro nazionale, 12 e 13 aprile 2014 – Verona
SONO CAMBIATE TANTE COSE: DONNE E UOMINI REINVENTANO IL PRESENTE EDUCATIVO

Saper vedere la propria libertà.
di Alessio Miceli 

Parlo come uomo in educazione, con altri e con altre, su due linee della mia vita.

Uno è il percorso di Maschile Plurale, un’associazione di uomini con cui lavoriamo sulla maschilità a partire da se stessi, sul senso di essere uomini e sulle relazioni con le donne, attraverso tutti i cambiamenti che ci sono stati. Questa riflessione maschile ha una ricaduta importante anche sul versante educativo.

L’altro versante è l’insegnamento di materie sociali, diritto ed economia, nella scuola superiore. Vengo da Sociologia a Scienze politiche, che ho scelto per passione ed entusiasmo verso le persone, la socialità, motivazioni che mi hanno poi portato negli anni ’90 all’insegnamento.

Oggi vorrei toccare alcune questioni che mi stanno a cuore nella relazione educativa, anche in dialogo con l’intervento di Sara Gandini.

La prima è che in questi ultimi anni il lavoro della differenza mi sembra sempre più importante nel maschile. La libertà delle donne e il loro avanzamento nella società, che si manifesta in tante forme e contesti, si vede in opera anche nella scuola: per esempio nel successo scolastico di tante ragazze, a fronte delle maggiori difficoltà dei ragazzi. Ovviamente ci sono anche ragazzi brillanti ma è chiaro, guardando ai grandi numeri, che c’è stato un cambio di segno. E poi c’è una sorta di “obbligo alla trasgressione”, come lo chiama Stefano Ciccone, quasi una difficoltà a stare nel contesto che però non diventa una forza, una capacità di cambiamento. Mi sembra più un elemento di disorientamento che ha a che fare con quello dei padri.

Quindi il lavoro che riguarda la differenza di noi maschi mi interpella da uomo a uomo e da adulto a ragazzo. E’ un importante lavoro di relazione, che credo debba riportare il senso profondo delle relazioni di differenza, dell’essere uomini oggi a fronte della nuova libertà delle donne. Quanto ciascuno di noi maschi considera questa libertà dell’altra come una minaccia alla propria, o invece un’opportunità di vita più ricca anche per sé?

Più in generale, vivo la relazione educativa rispetto a quella fascia d’età come una salvezza. La radicalità della relazione educativa mi tiene vivo. Quanto più si rilancia e si scommette su quella, tanto più per me prende forma il pensiero, il sentimento, quella stessa relazione. Quindi non mi comporta un rischio di burnout, di richiamo eccessivo. Anzi, più ce n’è e più si va lontano, si vola.

Ritengo poi che il lavoro educativo sia di per sé fortemente politico, nel mettere in gioco (o negare) per le nuove generazioni delle relazioni significative, di crescita umana e culturale e di ripensamento della nostra società. Tuttavia bisogna vedere quanto noi insegnanti, con i nostri diversi percorsi di uomini e donne, cooperiamo per questo, quanto leggiamo e costruiamo il senso politico della scuola.

Dunque mi muovo attorno a questi punti: la differenza maschile, l’essere uomini in educazione e quanto l’educazione stessa alla sua radice, consapevolmente o meno, sia una forma di politica in cui possono accadere delle trasformazioni culturali profonde.

Provo a raccontare delle brevi storie, pratiche educative che ho vissuto come interno o esterno all’istituzione: quindi come insegnante, oppure come uomo che entra nelle scuole con un progetto. C’è un confine, neanche tanto sottile, tra il lavoro educativo interno o esterno rispetto all’istituzione della scuola pubblica statale oggi.

Vorrei poi individuare delle parole chiave che dicano qual è la posta in gioco, cosa mi sembra vivo, attuale e cosa posso fare in questo contesto delle relazioni educative oggi.

E d’altra parte mi interessa capire cosa abbandonare, cosa lasciarmi alle spalle. Perché mi sembra che la libertà di donne e uomini consenta anche di riconoscere il negativo. Anzi, quanto più c’è libertà, tanto più possiamo ammettere e riconoscere senza eccessiva paura che ci sono relazioni negative da esplorare e di cui, eventualmente, liberarci. Per esempio, ricordo che la comunità filosofica di Diotima ha fatto un gran lavoro su questo tema, con il suo testo La magica forza del negativo.

 

Storie.

Mi è capitato di essere chiamato da alcune scuole, come uomo appartenente a Maschile Plurale, per lavorare sulla relazione tra i sessi e soprattutto sulla violenza maschile contro le donne.

Come facciamo da anni nella nostra associazione, ho cercato di scavare sotto la superficie e quindi di non parlare dell’atto violento in sé ma delle relazioni quotidiane che possono degenerare in violenza, secondo l’antica cultura maschile del dominio (fortunatamente non l’unica). Ma senza rimuovere il negativo, è vitale parlare anche della positività che pure esiste nelle relazioni, quindi sollecitare il racconto, le storie che già esistono appunto di libertà delle ragazze e di una cultura maschile diversa dal dominio nei ragazzi, capace di rispetto e di convivenza con l’alterità. Insomma, non è solo questione di contrastare gli stereotipi (che pure si incontrano a non finire, queste rigide rappresentazioni maschiliste del “come dev’essere un uomo” e “come dev’essere una donna”) ma anche sganciarsi da quelli e mostrare la ricchezza, la forza, la libertà delle relazioni che sono già in atto.

Così sono arrivato a intitolare questo progetto: “Altre relazioni sono possibili. Contro la violenza maschile sulle donne”. E per mostrare una relazione positiva di differenza, oltre che parlarne, siamo un uomo e una donna a tenere questi tre incontri con ragazzi e ragazze di scuola superiore o ultimamente di scuola media, in cui si gioca, si raccontano storie, si discute. Dalle loro rappresentazioni emergono poi una serie di cose, di oggetti simbolici.

Forse per prima, pensando in particolare alla fascia della scuola media, emerge la differenza tra maschi e femmine, spesso naturalizzata. Un ragazzo ad esempio dice: “Gli uomini hanno un carattere più forte delle donne” e alcune ragazze gli rispondono: “Chi te l’ha detto? Ci sono state anche donne ribelli nella storia, però non si potevano ribellare”.

Oppure viene fuori l’importanza dei gruppi come luoghi di grandi amicizie dove trovare sostegno, vicinanza, ma anche di grande conformazione, compattezza del gruppo contro il diverso. E si parla della difficoltà, per i maschi, di rompere questa alleanza del gruppo contro il diverso ma anche della possibilità di farlo assieme ad altri, di iniziare a parlare con altri per modificare una situazione.

Il diverso può essere chiunque non abbia gli oggetti che fanno status, oppure la ragazza che ricorda di essere stata attorniata da un gruppo di dieci ragazzi che l’accerchiano, la spintonano e lei si sente “morire, come trafitta da coltelli che sono quelle voci irruente e quegli occhi e quelle mani addosso”. E questa cosa la racconta anni dopo che le è successa, quando era alle scuole elementari.

Quando poi si apre il varco della fiducia, che consente anche di confliggere, “di dirsele” civilmente, ragazzi e ragazze parlano anche di sessualità. Per esempio, i ragazzi parlano del valore che per loro ha ancora la verginità delle ragazze e del disvalore che attribuiscono alla propria verginità. E tra le righe dei loro racconti si intravede quella partita tra maschi, sia per l’affermazione di sé (attraverso la prestazione sessuale) sia per il possesso dell’oggetto del desiderio (la ragazza vergine cioè non appartenente ad altri), quella competizione tutta maschile che bisogna superare per accorgersi che in gioco c’è anche l’altra, la ragazza, come soggetto di un altro desiderio. Pure con delle nuove aperture, per tanti ragazzi è ancora una lunga strada quella della libertà sessuale intesa come relazione di due soggetti, due sguardi, due desideri.

Infine, noto che sia i maschi che le femmine parlano molto di relazioni con gli adulti, della nostra presenza o assenza e della diversa relazione con madri e padri. Parlano di quanto le regole del mondo adulto su di loro hanno o non hanno un senso. Parlano comunque della nostra importanza nelle loro vite.

E ad ascoltarli davvero con tutto me stesso, mi rimane il senso della loro profondità e sete di conoscenza delle cose che sentono vicine alla propria vita, un gran desiderio di parlare che è già una pratica di molte ragazze ma circola come bisogno anche tra i ragazzi. Molte e molti alla fine del percorso ringraziano per questa possibilità di parola che hanno avuto e anche in questo si coglie il loro desiderio di orientamento, di scambio con adulti significativi sia del proprio sesso che dell’altro (dove si attivano processi diversi). In tutto questo, io vedo la loro disponibilità a riconoscere un’autorità ben al di là dei soliti sermoni sulle regole, lì dove si giocano dei contenuti che sembrano loro vitali.

Dove siamo più in generale noi uomini rispetto a queste domande di ascolto e di parola soggettiva, sulle questioni importanti del vivere? E dov’è in particolare l’istituzione educativa?

Personalmente, nel mondo della scuola e dell’educazione ho incontrato sia donne che uomini che, con i loro diversi percorsi, per me sono state figure di orientamento a cui ho liberamente riconosciuto autorità; anche se questo è avvenuto in una più generale cornice di ritiro, di latitanza maschile rispetto al mondo dell’educazione, a fronte dell’entrata di molte donne.

Invece la mia impressione della scuola pubblica come istituzione, pensando a come conosco la scuola superiore da insegnante, è quella di una sua parola molto distante da quella soggettiva e dai saperi vicini alla vita individuale. Come se la scuola dovesse fare altro: gestire le materie, i programmi, le valutazioni come meccanismi di conoscenza oggettiva che girano su se stessi e a cui le persone debbano adattarsi.

Al contrario di questa finta oggettività del sapere, di questi meccanismi di riduzione delle coscienze, per esempio nell’insegnamento del diritto io mi sono dato il vincolo di non partire dal testo di legge ma piuttosto di aprire la discussione su uno spaccato di società che richiede una legge oppure non la vuole e perché. Per poi arrivare a ciò che la legge ha risposto: una delle tante risposte possibili, magari neanche la migliore. Questa libertà che mi prendo è tuttavia in lotta con il linguaggio ordinario della scuola e la sua idea della conoscenza.

E’ lo stesso linguaggio a cui vengo richiamato da quel liceo classico in provincia di Milano dove, invitato a tenere un incontro sulla violenza sessuale, ho facilitato la discussione e sono intervenuti anche molti ragazzi, maschi, riguardo il proprio immaginario sessuale. Non è facile esporsi su questo tema, il loro linguaggio diventa schietto e a volte anche crudo, in presa diretta con l’esperienza (la coppia, la discoteca, la pornografia, la prostituzione) e vedo una comunità di adolescenti fare un passo oltre nel discorso pubblico, lì dove non osano andare i loro adulti di riferimento. Infatti la coordinatrice di quest’attività, che avremmo dovuto portare in diverse scuole, mi scrive successivamente che aveva molto apprezzato la conduzione dell’incontro e l’alto livello di partecipazione, ma che mi doveva richiedere dei cambiamenti. Perché il liceo in questione “avrebbe gradito un’esposizione disciplinare più rigorosa del tema, cioè una lezione con elementi di storia e di diritto, possibilmente con i profili psicologici delle vittime e degli autori di violenza, nonché un linguaggio formale adeguato ad una istituzione scolastica di alto livello”. L’istituzione, appunto, che contrappone la pietra tombale delle sue materie consolidate al linguaggio vivo dell’esperienza e soprattutto, mi pare, a una ricerca di verità (anziché mettere al servizio di questa i propri linguaggi disciplinari). Non si sa mai, che poi scopriamo qualcosa di perturbante o di trasformativo.

A proposito, poi, del rapporto dell’istituzione scuola con i genitori e con la comunità circostante, racconto altre due storie.

La prima riguarda la madre di un mio alunno che, avendo saputo delle mie attività riguardanti le relazioni tra uomini e donne, mi chiede di pensare a degli incontri nella scuola e come si potrebbe fare con i finanziamenti. Io le dico che non servono soldi ma, dal momento che lei è in consiglio d’istituto, basterebbe farsi assegnare uno spazio, far sì che la scuola si apra nel pomeriggio senza costi aggiuntivi, nelle ore in cui c’è già il personale non docente. Meravigliata e soddisfatta di questa possibilità, lei mi dice: “Ma è così facile? E come mai nessuno ci ha mai pensato o non l’ha fatto?” ed io le rispondo: “Perché non è facile. Vedrà, quanti ostacoli: la sicurezza, le responsabilità, i moduli, la vigilanza…”. Infatti la combinazione non riesce. Le necessità del territorio, sbandierate dalla scuola dell’autonomia, possono attendere.

La seconda storia è che nella mia scuola è morto un ragazzo, Dario, di 16 anni, per aver fatto quattro tiri da uno spinello tagliato male. La reazione mediatica è stata la peggiore possibile. I giornalisti volevano sapere quanti ragazzi “drogati” avevamo, dove stava la droga, se l’ambulanza fosse arrivata in tempo, eccetera. Anche di fronte a questo trattamento, la dirigenza della scuola si era completamente chiusa all’esterno, quando in cinque colleghi e colleghe abbiamo proposto che la scuola si aprisse, che facesse un’assemblea aperta al territorio. Ci hanno detto che eravamo matti, che ci avrebbero massacrato. In assemblea ci sono state circa 600 persone a discutere della morte di Dario e di noi che restavamo senza di lui, della circolazione in quel posto – come in tanti altri – delle droghe, di cosa passava o non passava nello scambio tra le generazioni. Sono venuti anche i genitori del ragazzo. Abbiamo aperto noi insegnanti “matti”, anche con un grande sostegno esterno (Vita Cosentino, don Gino Rigoldi e altre/i), poi sono intervenuti i compagni di classe, le amiche e gli amici, le bidelle anche in qualità di madri. Alla fine, ricordo la stretta di mano di un padre che se n’è andato dicendo: “E’ stato un bagno di umanità”. Ecco, non bisognerebbe aspettare una morte perché un luogo come quello venga attraversato da tutte le sensibilità, i pensieri e le vite che vi ruotano intorno.

 

Parole.

Adesso, cosa è in gioco in queste storie, in particolare dal punto di vista maschile? Provo ad estrarne delle parole chiave.

C’è una questione legata all’autorità maschile, cioè: quale autorità maschile riconosciamo, differente da quella che sta nell’ordine del dominio? Ricordo che Chiara Zamboni diceva, in un incontro a Verona di qualche anno fa, che l’autorità è quell’elemento che può orientare le persone in un incontro, cioè rimettere altre forze in circolo verso una direzione che prima non era stata pensata. Per quanto riguarda noi uomini in educazione, mi tornano in mente dei riconoscimenti di questo tipo. Per esempio Mario Lodi, il maestro che tanti anni fa si era già messo ad altezza di bambino, e altri uomini che hanno segnato una strada diversa da quella del dominio, mi indicano una nuova forma di autorità maschile in questo campo e una genealogia per me importante del mio essere uomo, quanto dall’altra parte lo sono le relazioni di differenza con le donne che mi orientano.

E’ una forma di autorità non fissa ma circolante, capace di ascolto e di accompagnamento della soggettività. E’ questo esserci ed essere riconosciuto liberamente senza doversi imporre nei percorsi educativi.

Poi c’è la questione dei saperi: quali sono quelli essenziali per la vita? Rispetto a questo ambito, molto coltivato dal pensiero delle donne, è appunto vitale che nella produzione dei saperi si generi un discorso sempre più situato anziché astratto, che metta le radici nell’esperienza. E che sia un discorso cooperativo, costruito in relazione con altri e altre perché questo è valore aggiunto alla propria vita, anziché un discorso competitivo, gerarchico, selettivo che svilisce la vita individuale, inseguendo un progetto di società mortificante.

Anche in questo campo trovo importanti le relazioni di differenza e poi ritrovo dei percorsi di uomini nella mia stessa linea maschile, per esempio il movimento cooperativo e altri modi di saper stare al mondo con altri e altre, che parlano il linguaggio della con-vivenza.

C’è anche una questione relativa al controllo dei corpi, i tempi schiacciati, le misure, gli standard, le certificazioni date dall’esterno. Come se la scuola non fosse nemmeno più in grado di fare la misura di sé, di sapere cosa contiene, di conoscere il suo valore.

Si tratta comunque di quella valutazione che è funzionale ad un ordine in cui ci sarà il primo della classe e l’ultimo, socialmente destinati a dei percorsi molto diversi, sostanzialmente come con il doppio canale degli anni ’50. Peraltro, sotto il nome di merito, questa stessa idea di valutazione risale oggi anche verso noi insegnanti e verso le scuole per differenziarci, ma sempre sulla base delle stesse risorse stracciate.

Per ultima, ma forse per prima come leva di trasformazione personale e politica, rimane la questione dell’eros nella scuola, nella convivenza. L’eros come elemento di desiderio, di gioco, di piacere, legato al fatto di essere lì insieme. E’ quella forma di desiderio che mi fa sentire appartenente a qualcosa, a qualcuno in un legame, la situazione dell’essere con altri. Da questo punto di vista la scuola è un luogo che rispecchia un tempo difficile ma è già un luogo di tessitura sociale, di legami, un luogo di libertà… a condizione di saperla vedere. E’ importante riconoscere che in certi suoi momenti, in alcune sue storie e saperi, la relazione educativa è già questo. Quindi io credo che alla fine sia in gioco il proprio sguardo, di donne e di uomini. E’ in gioco la nostra capacità di non nascondere il negativo, non rimuoverlo ma rimetterlo in gioco per una trasformazione.

 

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