TERZA TRAIETTORIA: Contesti e pratiche che generano saperi e nuove visioni

Incontro nazionale, 12 e 13 aprile 2014 – Verona
SONO CAMBIATE TANTE COSE: DONNE E UOMINI REINVENTANO IL PRESENTE EDUCATIVO

di Antonia De Vita

All’università.

Insegno all’università a persone giovani e adulte che il sistema universitario tenta di trasformare o ha trasformato in “bambini e bambine grandi”. In questi anni sono stati precipitati processi  avviati da tempo; tra i vari esiti riscontriamo una infantilizzazione e passivizzazione dei nostri studenti e l’ esperienza di un’università che troppo poco ancora attiva processi di apprendimento nei quali viene abbattuta una disparità sterile tra chi sa e chi non sa, tra posture di corpi e relazioni che richiamano troppo spesso il vecchio ma non ancora superato schema superiore/inferiore, di corpi inchiodati a banchi, menti ammutolite da posizioni poco creative, occhi spenti da una scena prevedibile che non chiama e non interpella, che non coinvolge perché non ha bisogno di loro.

Ci si lamenta della passività degli studenti e delle studentesse ma da come sono fatte le aule, al modo di proporre la didattica, si scoraggia la partecipazione e la possibilità di coinvolgere effettivamente le persone giovani. Chi come me fa una didattica attiva e partecipativa passa come una sperimentatrice! Viviamo in un sistema pedagogico lasciato senza l’autorità della vecchia pedagogia con il nuovo del mercato, viviamo pienamente in una “pedagogia del capitale”.

Ieri si è parlato di stare nelle istituzioni educative con più libertà. Io vorrei, per introdurre le altre scuole, fare una piccola premessa. Le istituzioni educative per molto tempo sono state autoreferenziali, si sono bastate. Ora questo non è più possibile e quindi ci si è aperti all’esterno: i genitori, le associazioni e altre realtà. Questi mondi chiusi si sono aperti, con esiti che alle volte sono ambivalenti e si possono discutere, ma certamente si è creato un movimento. Sempre di più la crisi delle istituzioni come la scuola e l’università, così come i partiti e i sindacati – che erano altre scuole capaci di contribuire alla formazione delle persone- sono scuole dismesse nella loro funzione di generare senso politico e di cittadinanza. Si sono create delle scuolette, delle altre scuole, per fare esistere una collettività che non c’è più ma che forse ha qualcosa “in comune”. Dove c’è il vuoto si creano altri paesaggi che riabitano il vuoto e il pieno in maniera differente, si verificano delle ricomposizioni che nascono da una risposta ai bisogni. Don Milani ci ricordava che rispondere assieme ad un bisogno è già politica.

Assistiamo dunque ad un parziale cambiamento della vocazione delle agenzie educative e di come loro interpretano il loro ruolo. Finite le scuole rappresentate dai partiti e dai sindacati, fuori dalle grandi narrazioni collettive, si sono autoistituite altre scuole che hanno aperto ad altri modi di apprendere e che stanno rispondendo a nuove esigenze. Situazioni e gruppi, “contesti” che diventano formativi, autoformativi, educativi ed autoeducativi, che sprigionano la potenza del contesto in un rapporto meno bellicoso con la realtà, un’altra epistemologia del cambiamento che ha a che fare con la riconoscenza, con la gratitudine, con la capacitazione, con l’accettazione del limite, con una dimensione partecipativa dell’essere con altri.

Rimane aperta una domanda: essere autrici e autori di questi testi e contesti sociali sta creando una visione in comune (non la stessa visione) o una ulteriore esplosione di visioni individuali in libera concorrenza? Stiamo facendo creazione sociale o educazione in libero mercato?

 

Alla ricerca di ciò che fugge.

Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno ed è forse, proprio per questo, il vero tempo della fiaba. E’ certo non intendo con questo l’era dei tappeti volanti e degli specchi magici, che l’uomo ha distrutto per sempre nell’atto di fabbricarli, ma l’era della bellezza i fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire (…) tutto quello cui certi uomini non rinunziano mai, che tanto più li appassiona quanto più sembra perduto e dimenticato. Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita, come la rosa di Belinda in pieno inverno.
Cristina Campo, Gli imperdonabili

Forse sta capitando questo, nella complessità del nostro tempo. Che, come suggerisce Cristina Campo, chi questo tempo lo ama, nonostante tutto o proprio in forza della difficoltà che ci pone, cerca e trova quel che viene a mancare e lo fa con l’energia creativa proporzionale alla mancanza e all’assenza, vale a dire in proporzione al proprio bisogno.

Tra le cose che ci vengono a mancare, nelle forme che ha preso l’alienazione contemporanea, ci sono elementi che ci conducono alla matrice stessa del vivente. Forse quello che “fugge per farsi trovare” è un toccare la terra, sentire radici spesse su cui poggiare, contatti più intensi con le dimensioni elementari del vivere e del relazionarci, del lavorare, dell’abitare.

Leggo in questa lente, come la ricerca di nuove sintonie con una matrice vivente, la diffusione di pratiche di varia natura che hanno in comune l’essere “pratiche di in-comune” se non comunitarie. Penso a tanti movimenti che mi piace chiamare “movimenti urbani” che attorno ad oggetti differenti cercano di ricollegarsi ad un sistema vivente. Parlo di pratiche di agricoltura urbana (orti collettivi e sociali) che riscattano un bisogno di materialità, alle pratiche di rioccupazione di spazi urbani nel senso dei beni comuni, alle pratiche di meditazione o ad altre pratiche legate alla consapevolezza che recuperano la relazione tra mente e corpo. Ci stiamo riappropriando delle cose che ci vengono a mancare: il respiro, la materialità, la città, il vivere, l’abitare, il lavorare.

 

Scuole e altre scuole: tattiche del quotidiano e creatività diffusa.

La città funge da punto di riferimento totalizzante e quasi mitico per le strategie socio-economiche e politiche […] la vita urbana lascia sempre più riaffiorare ciò che il piano urbanistico escludeva”, ovvero quelle pratiche che si insinuano tra le maglie della sorveglianza, secondo tattiche di creatività diffusa.
De Certeau, L’invenzione del quotidiano

Introducendo questa traiettoria vorremmo registrare e dare parola alle molte esperienze, sperimentazioni sociali, politiche, economiche, con forte implicazioni educative, che trovano fuori dalle agenzie educative istituzionali, come scuola e università, il loro spazio di espressione e creatività.

Negli ultimi due decenni sono nate “altre scuole” in contesti insoliti e inattesi dove sono stati prodotti saperi che sono già in libera circolazione.  Ad esempio nei contesti urbani, e in particolare nei quartieri, sono capitate molte cose.

Sono nati gruppi e libere aggregazioni attorno a gesti di consumo e produzione critica (Bilanci di giustizia, G.a.s, Des, etc.), alla modifica degli stili di vita, alla ricerca di nuovi equilibri soggettivi e con l’ambiente; sono nate delle realtà attorno alle occupazioni e all’ autogoverno di spazi simbolici delle città: come il Teatro Valle a Roma; abbiamo assistito ad esperienze di autogoverno partecipato dai lavoratori e dalle lavoratrici dello spettacolo come il  Macao di Milano  (Centro per le arti e la cultura di Milano) che nasce dall’occupazione, da parte di un collettivo culturale artistico, dell’edificio Torre Guelfa. Anche in questo caso sono lavoratrici e lavoratori dell’arte, assieme a semplici cittadini, che si attivano per sperimentare forme condivise di arte e di spettacolo da rendere disponibili a tutta la città.  Sono stati attivati e promossi processi di riqualificazione e di rigenerazione sociale di quartieri con problematicità; si sono creati nuovi legami sociali di prossimità e di convivenza nel proprio territorio (Città vicine, associazioni, comitati, gruppi di genitori che riqualificano e gestiscono aree verdi etc.). Abbiamo infine assistito, in contesti informali, associativi e sociali, alla diffusione di saperi e sapienze che rimettono al centro l’intelligenza del corpo nella sua connessione con la mente. Pratiche molto antiche, come quella della presenza mentale, o più recenti che segnalano il bisogno di scommettere su saperi per la vita e per l’educazione ispirati a epistemologie dell’integrazione tra dimensioni razionali e affettive ed emozionali.

Abbiamo presente spazi come le riviste Animazione sociale, Pedagogika e Una città che attraverso proposta culturali diventano laboratori di crescita umana e professionale, punti di riferimento per gruppi e persone.

Questi luoghi di pratiche e di saperi, ci sembrano significativi non solo per ridisegnare i nuovi spazi dell’educazione e della formazione, ma anche per mostrare le nuove visioni che le ispirano. La natura di questi saperi e le epistemologie di riferimento che ad esse sono sottese.

 

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