TERZA TRAIETTORIA: Contesti e pratiche che generano saperi e nuove visioni

Incontro nazionale, 12 e 13 aprile 2014 – Verona
SONO CAMBIATE TANTE COSE: DONNE E UOMINI REINVENTANO IL PRESENTE EDUCATIVO

di Maria Piacente 
Cooperare, educare.

 

Sono cambiate molte cose, ci siamo detti.

Abbiamo sostenuto, con molte buone ragioni, che non c’è nulla di più instabile e mutevole di un mondo pedagogico che non ci sta a farsi ingabbiare in schemi e modelli troppo conosciuti.

Abbiamo parlato, supportati da donne e uomini che ne fanno quotidiana esperienza, di un presente educativo che viene continuamente re-inventato.

Abbiamo preso consapevolezza del fatto che, intorno a noi, esistono contesti e vengono agite pratiche che ci pongono davanti a nuovi saperi e che ci propongono nuove visioni.

Saper leggere gli uni ed interpretare le altre non è sempre agevole e a volte ci si imbatte in più interrogativi di quante possano essere le risposte che, faticosamente, cerchiamo di dare.

Per parte nostra, a partire da quella che è la nostra storia, cercheremo di dar conto di quello che è successo, in proposito, all’interno ed attorno alla Cooperativa Sociale Stripes e alla Rivista di educazione, formazione e cultura, Pedagogika.it.

In questo incontro vorremmo mettere a tema alcune questioni che, nella nostra  esperienza di cooperazione che dura ormai da venticinque anni, ci sembra possano esser oggetto di confronto. Portiamo la nostra esperienza nella quale, a nostro avviso, sono  avvenuti dei cambiamenti, quelli di cui parliamo nella presentazione di questo convengo. Vogliamo interrogarli, e farci i conti. Si tratta di mutamenti  che  si sono prodotti  nonostante il  “disorientamento …le rovine di alcune buone tradizioni”. Nonostante le politiche dell’ l’imperante e disperante ventennio appena trascorso .

Il nostro desiderio sarebbe  stato, ed ancora è, quello di attivare un dialogo, un  confronto in presenza di una relazione viva, interrogarci e capire, insieme, cosa ha funzionato e  cosa no….  Se, e come, abbiamo partecipato a quell’azione di reinvenzione del presente educativo che oggi, più che in passato, ci interroga fortemente. O se, invece, siamo stati fagocitati dal sistema? Stiamo soddisfacendo, non senza sforzo, il mercato del lavoro con la nostra presenza: dobbiamo essere contenti si o no? Con quale prezzo? Fino a quando? Attraverso quali strumenti?

Ci occupiamo di saperi educativi da 25 anni. Tutto è cominciato quando è nata la nostra Cooperativa sociale Stripes, il cui acronimo significa Studio Ricerca Intervento Pedagogie Extrascolastiche. Donne e uomini, insoddisfatti dalla burocrazia e dalle strettoie tipiche dei contesti istituzionali nei quali lavoravano, sul finire degli anni ’80, credendo profondamente nell’idea della cooperazione e nella reciproca e conseguente contaminazione relazionale, hanno creato  una Cooperativa Sociale che, ad oggi, dà lavoro a 500 persone (donne per oltre il 90 %), socie lavoratrici e soci lavoratori  con rapporto a tempo indeterminato: pedagogisti, educatori professionali, operatori sociali, mediatori linguistici e culturali.

La Stripes gestisce servizi educativi, Asili nido, Scuole d’infanzia, Centri di aggregazione giovanile, centri di ascolto, di mediazione familiare.

Pensiamo che possa essere utile capire quali sono stati i fili che si sono intrecciati e che hanno permesso  che succedesse quello che, sotto gli occhi di tutte e di tutti è successo e che noi riconduciamo, e vogliamo continuare a ricondurre, ad una pratica e all’humus politico che abbiamo vissuto negli ultimi decenni: partire da sè, rispettare le soggettività, condividere la passione, l’amore verso il mondo, l’amore verso l’altro.

Vorremmo farvi conoscere come e cosa è stato reinventato, come  i saperi  educativi  nuovi vengano esperiti, come sia possibile che il corpo sociale della cooperativa, ricco di esperienza e di competenza professionale, sia abitato da gente giovane (età media poco oltre i 30 anni) in formazione permanente e in attivismo incessante.

La cooperativa ha trovato, nel corso degli anni, il modo di crescere nei numeri (soci e fatturato) senza sacrificare la spinta iniziale, senza rinunciare alla qualità, senza perdere l’entusiasmo.

Anche per noi certe volte è difficile capire gli ingredienti e le alchimie che si sono generate. Non  si tratta, o perlomeno non prioritariamente, di buona gestione nè di dirci come siamo bravi o fortunati: noi siamo convinti che la maggior parte del merito vada al modo con cui le socie, e i soci della coop accolgono i nuovi colleghi, come se ne fanno carico, come riescono a mettere in comune esperienza ed entusiasmo, differenze ed uguaglianze.

Noi partiamo, e non ne facciamo mistero, da una condizione essenziale, ovvero la coondivisione di idee, progetti, programmi, in modo che ciascuno sappia quanto sia importante l’apporto di ciascuno e di ciascuna  dei componenti di quella che amiamo definire la “cooperativa relazionale”.

La Democrazia comincia a due, titolo di un saggio di Luce Irigaray, comincia dal riconoscimento reciproco delle differenze; riconoscerle è altrettanto importante quanto saper capire cosa accomuna, cosa unisce.

La relazione, quindi, come strumento principale, come azione che alla fine produce un cambiamento e  una trasformazione.

Una trasformazione magari “piccola” ma assolutamente importante perchè avvenuta all’interno di una relazione in presenza e all’interno di un clima di reciproco riconoscimento, anche delle differenze. “Ci vediamo nell’altro, e solo quando qualcuno raccoglie la nostra storia, la storia delle nostre pene, della nostra contentezza e del nostro fallimento, solo allora ci conosciamo. Come conoscerci se non ci conosce nessuno ?” Sono le parole di Maria Zambrano.

Non saremmo mai riuscite, altrimenti, ad affrontare tutti i cambiamenti che ci hanno messo a dura prova: il continuo cambiare della normativa di riferimento, il susseguirsi delle richieste dei comuni in termini di servizi da erogare, a richiesta del cittadino e, talora, delle angosce di funzionari ed amministratori, preoccupati dal rispetto dei parametri e degli standard di servizio non meno che dalla insorgenza di nuove tipologie di bisogni.

L’azione pedagogica andava continuamente rivista e ricalibrata per affrontare nuove cittadinanze e nuovi modelli familiari, nuove declinazioni del disagio sociale e nuove patologie relazionali, vecchi pregiudizi e nuove esigenze tassonomiche, per soddisfare le angosce di chi ha bisogno di classificare tutto pensando di controllare meglio ogni accadimento educativo o, quantomeno, di sapere a chi addebitare la responsabilità di ogni piccolo o grande fallimento educativo.

Un percorso accidentato quello che aspetta chi vuole occuparsi con serietà e competenza di educazione senza essere “solo” un operatore qualsiasi, ingaggiato a fare un lavoro scomodo, con remunerazioni non sempre adeguate.

A noi ha fatto premio, oltre alla condivisione relazionale di cui abbiamo già parlato, il fatto di avere individuato, nella rivista che pubblichiamo da ormai 18 anni, uno strumento comune di riflessione e di crescita.

La rivista, nata con i crismi di un giornalismo di settore, quello socioeducativo, nella fattispecie, e quindi sottomesso a modelli comunicativi, certo collaudati, ma un po’ vecchiotti e talora sessisti, si è, via via, andata trasformando percorrendo nuovi itinerari.

E’ cambiato il linguaggio e la struttura della rivista, attivando nuove risorse e competenze, utilizzando le nuove tecnologie e, soprattutto, assumendo un nuovo punto di vista, coltivando i territori della sessualità e della differenza di genere.

E in questo, determinante è stato l’apporto di tutte quelle donne che si sono riconosciute nell’uso della scrittura come modalità di riflessione condivisa e partecipata, riscoprendo il piacere del parlare di sè per parlare del mondo, del partire dal particolare per arricchire il mondo di nuove visioni.

Il mondo è di chi lo sa nominare, di chi lo sa far parlare.

Muore la parola
appena è pronunciata:
così qualcuno dice.
Io invece dico
che cominica a vivere                                                                                     
proprio in quel momento                                                                                                                   
Emily Dickinson

 

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